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Trasferimento dei docenti

Trasferimento dei docenti

 

Un’altra legge è intervenuta nel tentativo di rallentare il carosello dei docenti nei trasferimenti tra le scuole, imponendo ai docenti di prima nomina di rimanere nella stessa provincia per almeno cinque anni. E’ la legge 106 – 2011 che all’articolo 9, comma 21 stabilisce che: “I docenti destinatari di nomina a tempo indeterminato decorrente dall’anno scolastico 2011/2012 possono chiedere il trasferimento, l’assegnazione provvisoria o l’utilizzazione in altra provincia dopo cinque anni di effettivo servizio nella provincia di titolarità».

 

L’obbligo di permanenza di cinque anni si limita alla provincia e non alla singola scuola, ma dovrebbe diminuire notevolmente gli spostamenti. Attualmente, infatti, ci si può muovere da subito, su tutto il territorio nazionale, innescando anno dopo anno, lungo la Penisola  migrazioni di docenti, che tentano di avvicinarsi sempre più alla propria residenza.

 

La recente disposizione costituisce un primo passo nel tentativo di correggere una storica disfunzione della scuola italiana, che non è in grado di assicurare “continuità educativa agli allievi” in nome dell’interesse del docente a trasferirsi ogni anno.

 

Sulla linea di maggior stabilità si muove anche la seguente disposizione, contenuta nel bando di concorso dei dirigenti,   I vincitori, assunti con rapporto di lavoro a tempo indeterminato sono tenuti a permanere nella regione di assegnazione per un periodo non inferiore a 6 anni. Coloro che rifiutano l'assegnazione sono depennati dalla graduatoria”.

 

Le due norme riportate non bastano, però, a rassicurarci, l’esperienza ci suggerisce prudenza e vigilanza. I genitori e le loro associazioni non possono più affidarsi ingenuamente alla fatto che ci siano le leggi, c’è bisogno che se ne facciano carico per la loro applicazione. Diversamente si rischia che restino scritte sulla carta o proclamate ipocritamente come le “grida manzoniane”, senza alcun effetto concreto.

 

Il percorso per concretizzare le norme è sempre lungo e accidentato, la storia ci testimonia che già molte volte le migliori leggi sono state stravolte nelle interpretazioni, non disinteressate, di burocrati e forze corporative che vi si opponevano. Il carosello degli insegnanti è un caso emblematico, che dura da quarant’anni.

 

Fin dal 1981 una legge stabiliva che “Sono vietati movimenti di personale docente dopo il 20° giorno dall’inizio dell’anno scolastico, anche se tali spostamenti concernono provvedimenti aventi effetti limitati all’anno scolastico medesimo” (legge 392 - 1981, art.4). Tale disposizione non è mai stata rispettata, nonostante le proteste delle associazioni dei genitori, perché è stata interpretata come una garanzia per i docenti e non per gli allievi. Dall’interpretazione stravolgente è derivata la possibilità per i docenti di rinunciare a una loro prerogativa, accettando di trasferirsi durante tutto l’anno scolastico, indipendentemente dal danno causato nell’apprendimento degli allievi. In sostanza la “continuità educativa” viene invocata anche oggi dai precari per la loro stabilizzazione, ma non è riconosciuta correttamente come un diritto dei ragazzi.

 

Dopo quindici anni, a limitare il carosello, ci ha provato un Decreto Legislativo che recitava: ”Il miglioramento dei processi di apprendimento e della relativa valutazione, nonché la continuità didattica sono assicurati anche attraverso la permanenza dei docenti nella sede di titolarità almeno per il tempo corrispondente al periodo didattico [due, tre anni?] (D. L.vo 59 – 2004, art. 8)”. Anche questa disposizione, definita attraverso sedute di Commissioni Parlamentari, di Conferenze interregionali  e con l’avallo di Consigli e Corti  varie, è stata derogata, come a dire dichiarata non più applicabile, attraverso un semplice e rapido accordo tra sindacati e Governo. Oggi  il potere dei sindacali di “disapplicare le leggi” è stato abolito dal Decreto Legislativo 150 – 2009,   per cui le nuove disposizioni normative (legge 106 - 2011) dovrebbero essere attuate per limitare la mobilità di docenti e dirigenti. Sappiamo, però, che in politica non è mai detta l’ultima parola.

 

L’ultimo caso emblematico è stata la proposta del Governo Monti, che chiedeva ai professori alcune ore in più a scuola oltre l’orario di cattedra. E’ scoppiato il finimondo, mentre poteva rappresentar un’opportunità perche i bambini e i ragazzi non dovessero continuare ad avere a che fare con una miriade di titolari e di supplenti, che si alternano in cattedra tra ore buche e ore vuote, spesso senza continuità e coerenza nell’insegnamento. Come a dire che nella scuola i problemi degli operatori vengono prima di quelli dei ragazzi, che rappresentano il fondamento della stessa esistenza della scuola. Invece della qualità dell’insegnamento viene prima la convenienza degli insegnanti.

 

Permane, quindi, lo specifico compito delle associazioni dei genitori di continuare a svolgere correttamente e instancabilmente il proprio compito sociale e culturale “nell’esigere il rispetto e il diritto dell’allievo alla qualità dell’educazione”.  Il tutto senza idealismi né atteggiamenti di delega ingenua e deresponsabilizzante. La democrazia esige che ognuno faccia la propria parte da cittadino adulto, consapevole che esistono i conflitti di interessi e di opinione, da gestire nel rispetto reciproco, ma anche con la determinazione che viene alimentata dal senso di responsabilità di dover creare le condizioni perché la scuola sia luogo di effettiva e sincera collaborazione tra tutte le componenti.

 

 

 

 

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