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Zamagni - riformare il codice civile per il no profit

Stefano Zamagni
Amici del non profit, convincetevi.
La vera priorità è la riforma del Codice civile
Ci vuole la libertà di fare impresa senza scopo di profitto. Oggi in Italia mancano le basi...

PERCHÉ LE PROPOSTE, SPESSO BEN MOTIVATE, CHE LA SOCIEI'À CIVILE PORTA AL LEGISLATORE restano pressocché sistematicamente non ascoltate? Ogni volta scatta la logica del "fin de non reçevoir" : si considera "irricevibile" la richiesta senza neanche prenderla in . esame. Questo accade perché la cultura italiana è ancora condizionata da una sorta di stortura giuridica, in base alla quale si pensa che là norma legale debba sempre venire dopo che i fatti sono accaduti. Cioè, prima si lascia che si determini una situazione con. scelte in violazione di una norma, a rischio di chi agisce, poi si pensa a fare la legge che risana il tutto. Non è una prassi dell'oggi, perché la storia recente e meno recente è ricca di casi emblematici. Ma non è una buona consuetudine quella secondo la quale per fare cose buone e innovative ci si debba trasformare in eroi disponibili al rischio di violare la legge. 
Un libro recente di Lynn Stout, docente a Princeton, uscito nel 2011 negli Stati Uniti spiega al contrario come "good laws make good people". Cultivating consdence - questo è il titolo del libro - è un invito ai policy maker e ai law maker a produrre norme nuove che anticipino il maturare delle situazioni, non solo per evitare che si determinino zone grigie, ma anche nella convinzione che "le buone leggi fanno buone le persone". 
La riforma del Libro I, titolo II del Codice civile è uno dei casi, e forse quello più gravido di conseguenze, in cui la legge, non riconoscendo un dato di fatto, blocca il possibile sviluppo del variegato mondo delle organizzazioni della società civile e,.all'interno di questo, delle organizzazioni a movente ideale. Chi, anche nel Terzo settore, si oppone a questa riforma o pensa che non sia rilevante, per quanto in buona fede, sbaglia, come il tempo, che è sempre galantuomo, dimostrerà. TI Libro I conserva ancora un impianto filosofico basato sul principio concessorio. Concessorio vuol dire che è l'ente pubblico (o il prefetto in certi casi) che ti consente di fare qualcosa. Occorre invece passare dal regime concessorio al regime del riconoscimento. L'ente pubblico deve riconoscere, non concedere, l'operatività e il conseguente bene che si realizza. 
Allo stato delle cose, il nostro Codice civile sancisce che non può esserci nulla tra pubblico e privato per quanto attiene all'attività economica e che quindi è legittimato a fare impresa solo chi lo fa con criteri capitalistici, cioè chi opera per la massimizzazione del profitto. Chi non agisce secondo quel criterio può fare filantropia o beneficenza di vario tipo, ma non può svolgere attività economica (si veda a tale riguardo la triste vicenda dell'Imu). È grazie a questa unilateralità del Codice civile che la legge sull'impresa sociale (del 2006), una legge innovativa già nel suo nome, è rimasta in gran parte inattuata e non ha dato fin’ora i frutti sperati. 
Intanto la realtà sta mutando profondamente e  anche la distinzione tra profit e non profit va gradualmente a scomparire, perché è una distinzione priva di fondamento teoretico, e dettata soprattutto dalla necessità di stabilire due diversi regimi fiscali. Ad esempio, non è più strano, in Nordamerica, trovare imprese di tipo capitalistico che, anziché dedicarsi a rafforzare le loro fondazioni d'impresa, hanno iniziato a dare vita ad imprese senza scopo di lucro che, con piena logica imprenditoriale, si occupano di produrre e gestire beni e servizi in ambiti quali quelli del welfare, dei beni comuni, dei beni culturali e altri ancora. Si pensi al caso delle Pacific Community Ventures, agli Emancipation  NetWork, alle Beneficial Corporations, alle Low Profit Limited Liability Companies e soprattutto alle Participation Non Profit Enterprises e alle Community Interest Companies inglesi.  Tutto questo indica come ci sia in atto una convergenza tra profit e non profit e che quindi il Terzo settore italiano debba rapidamente uscire da quella logica che lo ha visto privilegiare il rapporto con il settore pubblico. La ragion d'essere dei soggetti della società civile non è infatti quello di essere longa manus del settore pubblico. Anche in questo caso la terminologia è d'aiuto a comprendere il cambiamento che è necessario realizzare. Oggi si continua a parlare di "operatore sociale", mentre occorre cominciare a parlare con insistenza di "imprenditore sociale". TI primo è un soggetto che attua le decisioni prese da altri e che è tenuto a rispettare i protocolli fissati dall'ente pubblico. TI secondo, invece, è un soggetto che, all'interno di una logica di sussidiarietà circolare, contribuisce a definire, assieme all'ente pubblico e al mondo dell'impresa privata, sia la tipologia degli interventi sia le forme di gestione degli stessi. E così via. Siamo oggi giunti al punto che la copertina della Harvard Business Review (2011) può scrivere: "Le imprese migliori creano valore per la società, risolvono i problemi del mondo e fanno pure profitti" (sic!). 
Per chiudere. Se il nostro legislatore continua a confezionare norme che caricano sulle spalle dei cittadini pesanti sanzioni e costosi adempimenti perché pensa che tutti siano degli antisociali, è evidente che i tanti cittadini pro sociali, che non hanno certo bisogno di quei deterrenti, non riusciranno a sopportarne il costo e quindi saranno costretti a "scomparire". Come ha scritto Stout, se 'si vuole che aumentino le persone buone, non si deve tentarle ad essere cattive. 

 

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