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Terapia delle fiabe

Di Paola Pretto

Quando un bambino entra in ospedale è come se fosse portato nel bosco, lontano da casa. Ci sono bambini che si riempiono le tasche di sassolini bianchi e li lasciano lungo il sentiero in modo da ritrovare la strada. Ma ci sono bambini che non riescono a fare provviste di sassolini e magari lasciano delle briciole di pane secco. E’ una traccia molto fragile, bastano le formiche a cancellarla. Quei bambini si perdono nel bosco e non sanno più tornare indietro.

Don Milani afferma: la scuola ha un solo problema: i ragazzi che perde, ma anche il problema della famiglia, della sanità, della società sono i ragazzi che perdiamo nel bosco.

Oggi parliamo di quei sassolini bianchi, dei sassolini che noi adulti, genitori, insegnanti, medici, infermieri, psicologi, associazioni dobbiamo mettere in tasca ai nostri figli perché possano ritrovare la strada di casa quando devono attraversare i tanti boschi oscuri della vita.

Quei sassi si chiamano genitori che educano e che sostengono, quei sassi si chiamano scuola che dialoga e comprende, strutture sanitarie a misura di bambino, medici e infermieri che accolgono e che si prendono cura, quei sassi si chiamano laboratori di fiabe terapeutiche, di attività ludica, di espressività attraverso la scrittura, il disegno, la drammatizzazione.

L’entrata in ospedale di un bambino è sempre un evento traumatico ed improvviso. Le esperienze della malattia e dell’ospedalizzazione sono difficili per tutti, ma per un bambino lo sono ancora di più.

Prima di tutto rappresentano una frattura del quotidiano e dell’autonomia che egli sta conquistando. Non ci sono più la sua casa, la sua stanza, i suoi giochi e i libri, i fratelli, gli amici, la scuola, che vengono meno in una fase della crescita in cui sono vitali per la costruzione della personalità.

Diminuiscono le possibilità di movimento fisico, si modifica il regime alimentare.

La giornata si riempie invece di azioni e di sentimenti che incutono paura: la visita del dottore, le analisi con macchine che sembrano mostruose e infernali, le medicine da prendere, le pratiche mediche e terapeutiche a volte dolorose, l’idea che la mamma e il papà non possano più tornare se si allontanano anche solo per un momento. Per l’adolescente le paure sono anche quelle di mostrarsi debole, la vergogna di mostrare il proprio corpo, di venire sfigurato.

C’è un universo di sentimenti e di emozioni che il bambino deve affrontare: da una parte continua ad avere bisogno della mamma e del papà, dall’altra ne percepisce la sofferenza e la fragilità, i genitori non sono più onnipotenti agli occhi del figlio, per questo il piccolo paziente tende a non menzionare nulla della malattia, a non fare domande sulla malattia, anche quando ha capito bene che c’è qualcosa che non va.

Fino ad una certa età poi non ha neppure ben chiara la distinzione tra cause della malattia e malattia stessa e ciò può indurlo a credere che sia stato egli stesso causa della sua malattia, con le sue disubbidienze alla mamma e al papà, che più volte gli avevano raccomandato di non sudare, di non fare le corse, di stare attento..

Prima degli anni ‘50 gli operatori sanitari erano convinti che la presenza costante dei genitori in ospedale non fosse di particolare importanza, anzi, credevano che il bambino in loro assenza fosse più docile, più tranquillo e collaborativo e furono limitati gli accessi e gli orari di visita.

L’opinione pubblica però venne scossa dalla pubblicazione di alcuni lavori che dimostravano come la separazione dai genitori e l’allontanamento dall’ambiente familiare provocano nel bambino disturbi del comportamento e traumi anche stabili.

Il bambino dipende dalla famiglia, che è l’intermediario con il mondo esterno, il legame esistenziale tra il bambino e chi lo circonda.

Cosa possono fare i genitori per aiutare i figli che si trovano ad attraversare il bosco dell’ospedale?

Innanzitutto ciò che rassicura di più un bambino o un adolescente è sapere ciò che gli sarà fatto e sapere che i genitori sono sinceri con lui: dire ad un bambino che non proverà alcun dolore durante una procedura medica può essere fuorviante, se questo accade il bambino può perdere fiducia nell’adulto e non credere più a quanto gli viene detto per tranquillizzarlo. E’ necessario coinvolgere i bambini nelle decisioni, come accade nel consenso informato per gli adulti.

Il bambino deve sentirsi libero di esprimere emozioni e paure, deve poterle condividere con la famiglia, senza vergognarsi, senza essere spinto ad essere coraggioso a tutti i costi per sentirsi bravo.

Dobbiamo chiarirgli che la malattia non è una punizione. Dobbiamo essere genitori pazienti, anche di fronte a sentimenti contrastanti come la rabbia e l’aggressività e subito dopo la ricerca di affetto, dobbiamo essere genitori che non lo sovraccaricano con le ansie, che parlano e agiscono in modo calmo e sereno, che rassicurano, che aiutano a capire cosa succederà e perché, che hanno fiducia nel personale medico e infermieristico. Cerchiamo nel limite del possibile di far mantenere le abitudini, fornire oggetti e giochi di casa, di mantenere il contatto con gli amici e con l’esterno, di favorire la socializzazione con il personale e altri pazienti e promuovere la partecipazione alle attività dell’ospedale.

Anche i principali documenti a tutela dell’infanzia ospedalizzata sanciscono l’importanza di garantire al piccolo paziente di proseguire, anche in ospedale, il proprio normale percorso di crescita, svolgendo attività che gli consentano di mantenere il legame con la quotidianità: il gioco, lo studio, la lettura e la scrittura, il disegno e l’espressività.

Prendiamo in considerazione tre di questi aspetti: la scuola, la lettura, il gioco.

La presenza della scuola all’interno dell’ospedale favorisce quel processo di umanizzazione della realtà ospedaliera e rappresenta una via per garantire ai fanciulli il mantenimento della loro integrità di soggetti in evoluzione e di godere dei diritti rivolti all’infanzia.

Fino a qualche tempo fa la scuola nell’ospedale era caratterizzata da elementi propri della scuola esterna, sia nell’organizzazione che nelle didattica (un’aula, un banco, un orario di funzionamento) ed era frequentata esclusivamente da quei bambini che potevano alzarsi dal letto, era una scuola inserita all’interno dell’ospedale ma che non stabiliva con esso una relazione significativa.

Oggi tutto è cambiato: la scuola in ospedale è uno spazio in cui offrire al bambino malato la possibilità di esprimere la propria identità, nel quale fornirgli delle occasioni di crescita e maturazione anche all’interno di un ambiente potenzialmente ostile.

L’insegnamento all’interno della struttura ospedaliera è molto particolare, a partire dal rapporto didattico che non avviene esclusivamente tra bambino e insegnante, come nella scuola esterna, ma vede coinvolto in maniera più significativa anche il genitore che assiste il figlio.

La scuola all’interno dell’ospedale è supporto e ausilio al percorso didattico dell’alunno-paziente, ma anche sostegno emotivo e psicologico, offrendo al bambino una sensazione di continuità, permettendogli di pensare che a breve tornerà alla vita di prima, anche grazie ai nuovi ausili tecnologici, con i quali può rimanere in contatto con i compagni, con gli insegnanti, con le lezioni svolte nella scuola esterna.

La scuola in ospedale si integra oggi con le strutture ospedaliere, è una scuola che dialoga con il personale dell’ospedale, che si fa promotrice delle esigenze dei bambini. Questo tipo di scuola riconosce a tutti i bambini il diritto a crescere ed evolversi, qualunque sia la malattia.

Ciascuno di noi, ognuno con la propria esperienza, ha potuto constatare quanto l’ospedale sia un crocevia di storie: storie che si incontrano, a volte si intrecciano, nelle sale di attesa, nelle corsie degli ospedali, nelle camere di degenza, nello spazio giochi dei reparti pediatrici.

La salute può diventare una questione di storie, perché è attraverso le storie che il bambino conferisce senso agli avvenimenti e interpreta la realtà. Raccontare storie influenza in maniera forte l’atteggiamento nei confronti delle cose della vita; quindi le storie possono fungere da potente strumento terapeutico.

I bambini amano sentirsi raccontare delle storie e magari sempre la stessa, perché in quel momento la storia si sintonizza con ciò che il bambino sta vivendo, entra nella sua vita e soddisfa particolari bisogni evolutivi; la storia li aiuta a superare ansie, paure, anche legate alla malattia e al ricovero, li aiuta a mantenere un’immagine di sé positiva, a esternalizzare i vissuti negativi, ad esprimere emozioni, a infondere fiducia nel lieto fine e la convinzione che ce la si può fare.

Le fiabe terapeutiche usate con i bambini ospedalizzati partono da un eroe, un bambino piccolo e indifeso, che ad un certo punto si trova costretto a partire per un viaggio per risolvere una situazione problematica.

Simbolicamente l’eroe è il bambino che va “nella casa con tante finestre” così i bambini più piccoli definiscono con un’immagine l’ospedale. Probabilmente si troverà ad affrontare mille pericoli ed ostacoli, con l’aiuto di altre persone, o animali, o oggetti magici, ma con in testa sempre un obiettivo: la principessa da salvare, il tesoro da conquistare. E’ il bambino che deve affrontare le cure mediche per riconquistare la salute perduta, aiutato da molte persone amiche.

Durante il viaggio il nostro protagonista si sentirà molto spaventato, e alla fine si troverà di fronte al nemico, il drago, l’orco, il mostro, per lo scontro finale.

Il piccolo eroe vincerà e da quel giorno vivrà felice e contento perché il mostro, la malattia, non c’è più, è stato sconfitto, e potrà tornare vittorioso a casa.

Il racconto di queste fiabe può essere integrato con un percorso legato al disegno della storia e dei suoi personaggi o alla sua drammatizzazione. (E’ interessante notare come, quando si chiede al bambino ospedalizzato, di rappresentare un personaggio viene scelto l’orco, il cattivo, segno che il bambino prova rabbia, aggressività o senso di colpa rispetto alla malattia, e dunque è necessario lavorare su questo).

Chi ha a che fare con i bambini sa bene che i bambini nei loro giochi ripetono tutto ciò che li ha impressionati durante la vita quotidiana ed in questo modo si rendono in un certo senso padroni della situazione. Gli adulti quando subiscono un trauma tendono a liquidare la loro tensione parlando, ma i bambini lo fanno attraverso il gioco.

In ospedale appena possibile i bambini giocano al dottore e all’infermiera. Le operazioni spiacevoli a volte dolorose che il medico e l’infermiera fanno subire al bambino, per esempio al mattino, vengono ripetute dal bambino stesso al pomeriggio. In questo caso però il paziente che soffre non è più il bambino ma il compagno, la compagna, il pupazzo, la bambola. Questi giochi di identificazione con l’aggressore sono giochi terapeutici in quanto possono liberare il bambino da vissuti psicologici negativi. Il cervello mette in moto una funzione protettiva fondamentale: il bambino da passivo diventa attivo, nel gioco può fare a qualcun altro o a qualcos’altro, ciò che ha subito, allontanando da sé le ansie e le paure.

Pertanto il gioco in ospedale non deve essere concepito solo come attività generica, piacevole, che diverte il bambino e gli fa passare il tempo. Il gioco ha una valenza terapeutica.

Attraverso l’attività di gioco il bambino riesce a sfogare la sua aggressività verso l’esterno in maniera non dannosa. Si può giocare con una realtà anche dolorosa, rimodellandola a proprio piacimento con l’aiuto della fantasia e questa attività aiuta a prevenire e alleviare i disturbi psicologici connessi alla malattia e alle cure.

Per questo il bambino in ospedale deve poter avere a disposizione materiale modellabile tipo pongo, plastilina, sabbia, acqua materiale informe cui il bambino possa dare una forma manipolando, schiacciando, comprimendo, deformando, distruggendo.

Il materiale al termine del gioco deve poter riprendere la forma primitiva, meglio ancora passare da una forma negativa fonte di ansia come la puntura e l’ago ad una forma positiva, un oggetto rassicurante, come un ciuccio, un cono gelato, una farfalla.

Portare avanti con amore tutte queste attività significa mettere nelle tasche dei nostri piccoli ospedalizzati quei sassolini di cui parlavo all’inizio che permetteranno a loro di non smarrirsi davanti alla sfida della malattia.

 

Paola Pretto

 

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