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Che ci sta a fare un Padre?

di Giovanna Galli Azzoni

Il padre deve assumere di nuovo la funzione normativa, che non è sinonimo di autoritarismo, in un’ottica di parità differenziata tra padre e madre.

C’è chi non la forma, c’è chi ce l’ha allargata, c’è chi ce l’ha di fatto e chi di diritto; comunque sia dietro le spalle di ciascuno di noi c’è lei: LA FAMIGLIA.

Il Settimo incontro mondiale delle famiglie, tenuto recentemente a Milano, incentrato sul tema “famiglia: lavoro e festa” rappresenta sicuramente una grande occasione per riflettere nella prospettiva di una famiglia unita e aperta alla vita, ben inserita nella società, ma che deve anche essere attenta alla qualità delle relazioni nel suo interno.

Dei componenti fondamentali che ne fanno parte molti studi sociologici attuali si occupano della figura del padre.

Senza peccare di esterofilia i dati concordano nel fatto che, mentre le donne italiane sono al primo posto in Europa per il tempo quotidiano dedicato all’impegno familiare e domestico, i papà italiani sono fanalino di coda. Il cliché del padre di famiglia impegnassimo fuori casa e la madre tutto-fare tra figli, casa, lavori domestici, aiuto nella scuola, non sembra ancora un luogo comune antiquato.

A cosa serve il padrePer superarlo è necessario che il padre assuma un ruolo più significativo, con la modalità giusta, però, non imponendo il modello di padrepadrone (stile educativo sempre perdente!), fondato sull’autoritarismo e la voce grossa; questo atteggiamento infatti non fa che produrre l’effetto di danneggiare le relazioni familiari. Sicuramente controproducente e destabilizzante è anche la figura del padre “peluche” e giocherellone, la cui missione sembra soltanto quella di divertimento e di eccessiva permissività. Allora qual è l’atteggiamento giusto?

Da tempo si sente ripetere che il padre deve assumere di nuovo la funzione normativa. Noi dell’Age siamo d’accordo solo a patto che per “norme” si intendano i VALORI, quei principi indispensabili da testimoniare con la forza tenace dei comportamenti sempre coerenti e degli esempi. Non siamo assolutamente d’accordo con chi, in modo anacronistico e nostalgico intende la funzione normativa come sinonimo di autoritarismo. I padri che fanno la voce grossa e che, quando intervengono, lo fanno solo “a gamba tesa” ci sembrano assai lontani da qualsiasi attenzione educativa. In famiglia, senza il dialogo, non si va da nessuna parte (nel migliore dei casi ci si allontana!). In casa servono altre attenzioni e altri gesti, perché l’educazione non è mai una partita a senso unico, e le parole, soprattutto quelle pronunciate con toni da ultimatum e piglio da generale, finiscono per produrre l’effetto contrario. La strada da perseguire è quella della reciprocità e della condivisione di tutti gli aspetti della vita coniugale e genitoriale. I padri portino i loro contributo con generosità senza modelli imposti, senza ruoli stereotipati, con la convinzione che sul fronte educativo non possono esserci zone d’ombra. Il padre e la madre affrontino il compito dell’educare e la sfida di essere genitori in una ottica di PARITÀ, non come uguaglianza, ma come parità di diritti e di doveri, nella diversità. Questo richiede di mettersi in gioco quotidianamente anche scardinando i vecchi schemi che impediscono alle donne di muoversi e agire liberamente nel mondo del lavoro e ai padri di partecipare attivamente negli spazi della affettività. Solo così, cresciuti e nutriti in una dimensione di ricchezza di relazioni anche i figli riusciranno a loro volta ad essere buoni genitori, quando sarà il loro turno.

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Dal Notiziario A.Ge.  fondato da Maria Luisa Boari Macconi

Mag-Giu 2012

 

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